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I Riti Sacri di Pasqua a Sorrento PDF Stampa E-mail
Lunedì 14 Marzo 2005 21:21
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A Sorrento il primo appuntamento della Settimana Santa è all’alba, in quel chiarore livido che dirada la nebbia dei sogni. E sembra davvero un’immagine rarefatta quella lunga fila bianca dei confratelli cinturati di S. Monica, che dal sagrato antico dell’Annunziata al barocco rifatto del Carmine, alla maestosità di S. Antonino, al minuetto di S. Maria delle Grazie, si snoda nelle strade ancora deserte, dove tutto assume contorni irreali.
Ecco la nuda croce sormontata dal panno della pietà, sorretta dal candore degli incappucciati che sono altrettanti fantasmi umani, ecco gli incubi della passione e le fiaccole morenti alla luce incerta del giorno che avanza, il chiaroscuro del coro dei cantori del Miserere nel contrasto degli scapolari neri e dei salmi intonati a più voci.
Un’onda di pianto che si rifrange nei flutti dei volti, nelle pieghe indolenti dei sai, nel concerto solenne dei simboli, nell’allegoria di angeli-bambini con corolle innocenti di gigli e fiori bianchi, in quell’altalena sospinta di passi che ricalca l’ansia della Madre alla ricerca del Figlio, nella sua effige dolente che ha la dignità scolpita di una statua.
E sulle tracce di una tradizione medioevale, questo corteo rinnegato di laudi ripercorre la via dolorosa dei Sepolcri, dove ogni sosta nelle chiese è un pegno di penitenza, un invito alla preghiera.
Si rinnova così l’antico omaggio alla tomba di Cristo, che i laici benemeriti delle Confraternite sorrentine, quelle di S. Monica, di S. Catello, del Rosario, fin dal 1300 compivano “assaccati e coi lumi accesi” la sera del Giovedì Santo, riunendosi poi a consacrare con la focaccia benedetta il rito terreno dell’ultima cena.

Soltanto in epoca successiva e relativamente recente questa sfilata bianca dei confratelli di S. Monica ritarda fin quasi all’alba la propria uscita e ancora oggi costituisce il suggestivo preludio alla processione nera del Cristo morto, che dalla fine del ‘500 si svolge dopo il vespro del Venerdì Santo.
A tramandarne la consuetudine, con un rigore quasi trappista, è la venerabile Arciconfraternita della Morte, nella quale sono confluite le nobili Congregazioni di S. Catello e dei Servi di Maria. Oltre ad ereditarne l’impronta lugubre del nome, rievocato fin nel “gran lamento e pianto che fa il populo Sorrentino e di Massa per esser presi, saccheggiati e morti dalla armata Turchesca” alli 13 del mese di luglio dell’anno 1558, questi confratelli laici adottano anche i simboli austeri della Confraternita maggiore di Roma, che riassume nell’Ordine dei Gesuiti e nel Tribunale dell’Inquisizione la sua massima espressione.

Notevoli gli influssi spagnoleschi in questa partecipazione corale di esperienze sofferte, negli accenti diversi sui frammenti di una tradizione raccontata a più voci, ma anche nel significato espiatorio dei paramenti sacri e nella cupa liturgia, che si manifestano tuttora con la tonalità espressiva di un affresco di Goya. L’impressione che se ne ricava è davvero sconvolgente, di una teatralità intensa per lo scenario da incubo immerso nel buio e nel silenzio, costellati soltanto dai fuochi fatui delle fiaccole di cera sparse sui balconi e dalle note sommesse del concerto funebre di Beethoven, che sopravanzano come un annunzio il lungo corteo della passione: quella macchia nera dipinta dal peccato più esecrando della storia.

Coraggio, guardiamo. Quattro incappucciati, mostruosamente umani nella maschera viva degli occhi, scandiscono la parabola evangelica dell’itinerario, spargendo ombre inquisitorie dai loro lampioni accesi sul teschio macabro dello stendardo, che è l’emblema dell’Arciconfraternita. Uno “struscio” evocato dall’abisso del rimorso: i neri fantasmi delle lanterne si confondono ora al candore delle tonache infantili, che sorreggono piccole croci nude. E poi il corno della tromba, che ad ogni crocevia si strugge in un fiato di pietà per annunciare l’evento: non più sorella morte, ma la Signora Morte in trono dinanzi al rogo dell’Inquisizione.
Le fiamme della catarsi nell’emozione dei millenni. Gesù, fate luce! Ancora lampioni, queste dolenti torce dalle sembianze umane, che a turno rischiarano i simboli atroci del martirio, disposti in ordine sparso da cinque confratelli cerimonieri: dal gallo al catino, alla fune, al ceppo, al flagello, alla corona, ai chiodi, al martello, ai dadi, alla scala, in un calvario di cantilene sommerse, dissolvenze infinite sulla maledizione di un’ingiuria.

È una turba animata di allusioni che ha la cadenza composta di un lutto senza lacrime, senza disperazioni, tranne il brivido di sofferenza del Miserere, che si eleva ad intervalli sulle quattro tonalità del salmo di Davide, e che preannunzia l’imminenza del Cristo morto.
Ed eccola l’immagine sfinita della passione, in questa grande scultura lignea di autore anonimo del ‘500, che ha l’afflato della Pietà di Michelangelo, e che precede i segni primitivi della croce, in  bilico tra la lancia e la spugna, su cui incombe ora l’implorazione popolare del Miserere. E poi il clero, con l’intero Capitolo della Cattedrale, che scorta l’immagine settecentesca dell’Addolorata. Infine, tra lampioni e turiboli, la duplice fila dei confratelli laici della Morte, che si distinguono per il privilegio dello scapolare abbassato e del medaglione dal teschio argentato.
Il lungo rosario di penitenti, questa corona sgranata di non meno di quattrocento comparse prescelte fra i cittadini, s’infila ora sotto l’arco dell’antica stradina della Pietà, che è l’inizio più suggestivo della “via crucis” notturna di Sorrento. Un sospiro di secoli fra spettri di portali illustri e tabernacoli votivi, giaculatorie e indulgenze plenarie, casate insigni negli stemmi dei Donnorso, dei Brancia, dei Sersale, dei Falangola, dei Correale. E poi una ridda di memorie che sbucano all’improvviso, fin nel cuore antico di S. Cesareo, in quel lungo decumano di glorie e dannazioni.
Adesso è una danza lugubre di note, un cantico a ritroso il singhiozzo del Miserere che si spegne in un Amen. E ripercorsa interamente la tradizione nel suo cupo pellegrinaggio, l’omelia solenne del Cristo morto si scioglie nell’incenso dell’angusto portico seicentesco dei Servi di Maria, attiguo alla Cattedrale, dove l’Arciconfraternita ha il più bel tempio barocco della città, elevato al piano nobile come la preziosità esclusiva di una cappella gentilizia.

Anche questo è il senso oscuro dei riti sacri di Pasqua a Sorrento. Una duplice processione che alterna il rimorso alla penitenza, finanche nel linguaggio laico. Dalla notte al giorno: come i falò delle fiaccole che interrompono il buio delle coscienze, come i colori bianchi e neri dei sai che inseguono la speranza di una riscatto, come il trionfo dell’alba che spezza alfine le catene di un incubo. In un vago sentore di perdono.
E così sia: per sempre.

 
Fonte -  “Le processioni del Venerdì Santo a Sorrento” di Antonino Fiorentino
Immagini - I Neri, Surrentum

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